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"Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna, ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere." (Italo Calvino)
Dedicato a mia mamma.
G.
Un microfono, una voce espressiva e profonda, brani sparsi, qualche domanda di approfondimento in un ambiente intimo e tranquillo come la libreria Pendragon di Bologna. Il Somari Tour ha fatto tappa anche lì. E' stata bella, la serata di ieri sera. Finalmente ho conosciuto Gianluca Mercadante, dopo averlo sentito sempre e solo via email. Questa rete che connette anime e le avvicina tenendole lontane a volte è una vera trappola, ma poi c'è la fortuna di incontrarsi di persona e dimenticare in un attimo le barriere del virtuale. Bastano una stretta di mano e un bacio. Bastano una dedica e una firma in inchiostro nero su una pagina bianca. I complimenti glieli faccio qui, perché è stato davvero un piacere ascoltarlo parlare, leggere, dire la sua. Attorniato dal mitico Gianluca Morozzi, che ha scritto la prefazione de Il banco dei somari, da Marco Nardini, sempre pronto a fare domande, e da GianMichele Lisai Senes che ha pensato di regalare con la sua chitarra un sottofondo alle letture tratte dal libro. Mi è piaciuto in particolare un passo, che mi ha spinto a prendere subito in mano Il banco e iniziarne, vorace, la lettura. Un passo dove parla della generazione "che non ha niente da dire" e che sta, semplicemente. Né bene né male. Quella generazione che, in fondo, è anche la mia.
Non perdetevi le altre tappe del Somari Tour. Ne vale la pena.
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IL DIARIO DEI SOMARI
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SOMARI TOUR - 05/06
Compare sull'ultimo numero della rivista letteraria ORIZZONTI un'intervista che il vostro affezionatissimo somaro ad honorem ha fatto al buon Enrico Brizzi. A quanto pare, ma ne non ne dubitavo, il ragazzo di cose da dire ne ha ancora un bel mucchio. Eccone un breve estratto.
La ricerca di una musicalità nel testo, accompagna la tua scrittura fin dal titolo del romanzo d’esordio: il vero nome del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers infatti non è Jack, ma John.
La ricerca della musicalità è stata una costante fin dagli inizi, soprattutto per quanto riguarda il vero e proprio “farsi” del lavoro. Mi è necessario un ritmo reale nella mia stanza, che accompagni la stesura di ogni romanzo. Chiamarlo “sottofondo” sarebbe riduttivo in tanti sensi, io non ascolto musica a volume basso, di solito. L’unico limite che mi pongo è di non mettere nulla di cantato in italiano, mentre scrivo, perché rischierei di concentrarmi sulle parole di Federico Fiumani, per esempio, anziché sul mio lavoro. Ciò detto, l’idea che la storia del vecchio Alex si intitolasse “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è arrivata solo alla fine, quando si era deciso per un semplice “John Frusciante è uscito dal gruppo”. Il mio editore di allora, ragionevolmente perplesso in merito all’eventuale citazione da parte di un qualche avvocato californiano, ha ritenuto opportuno camuffare almeno il nome del chitarrista dei Red Hot, con un bel Tony Frusciante, magari, o Bobby Frusciante… è chiaro che a quel punto Jack ci è sembrato da subito molto più adatto, come suono.
"Jack Frusciante è uscito dal gruppo" e "Nessuno lo saprà": tra questi due titoli scorre un viaggio che non termina all’ultima pagina di ogni libro scritto, ma ci arriva – e da lì poi riparte. Qualcuno lo saprà cos’è successo d’altro fra la prima tappa e tutto il resto?
È andata così: a diciassette anni spedisco le mie cose in giro, come hanno fatto tutti, e fra i tanti editori contattati mi risponde Massimo Canalini di Transeuropa. Oltre a lui, parlo anche con Silvia Ballestra e con Lorenzo Marzaduri, all’epoca entrambi autori della scuderia Transeuropa e oggi affermati scrittori. Con Marzaduri avrei in seguito scritto “L’altro nome del rock”. Ti lascio immaginare quanto potessi sentirmi fortunato a dialogare allora con persone simili, che come minimo avevano letto e scritto molto più di me. È stato quello il momento in cui mi sono sentito davvero fortunato, non quando mi hanno detto “si va alla terza ristampa”, o “un altro editore vuole comprare il libro”, o ancora “ti hanno scelto per il Campiello”. Sono tutte cose che fanno piacere, certo, ma il segnale di un vero cambiamento nella mia vita l’ho percepito quando qualcuno mi ha fatto capire che forse valeva la pena di darmi retta. Il successo e i numeri venuti dopo, riesci a guardarli con un certo distacco, se il punto centrale della faccenda è maturare come autore. È chiaro che un milione di copie vendute all’età di vent’anni saranno dure a ripetersi in futuro, ciò detto si può pensare benissimo al pubblico in qualità di una mamma, oppure di un qualcosa che casualmente è venuto a cercarti. Questo è l’autore, queste sono le cose che fa. Vi vanno bene? Okay. Non vi vanno bene? Fa lo stesso. Mi sentirei molto falso a indovinare che cosa il pubblico desidera davvero, ma tutto questo si fonda su una mia personale convinzione di fondo: il pubblico non esiste. Andare in classifica non è tutto. In classifica ci sei oggi, perché il tuo libro è stato promosso bene, o si è dato da fare un tam-tam indipendente dall’editore e dall’ufficio stampa, d’accordo. Ma cosa resterà fra vent’anni? È questo che io mi chiedo.
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TAqqUINO.06
Ore 12 all’incirca, di oggi. Sono un fumatore e come tanti altri fumatori pesco le sigarette direttamente dal pacchetto, in tasca, senza guardare, senza badare veramente a quante ne ho già fumate.
La stessa cosa accade col portafoglio. I soldi sono diventati come le sigarette: li consumi e non te ne accorgi. Facendo le stesse cose di sempre. Una pizza, una birra, una serata al cinema o al teatro. Piccoli vizi, nient’altro. Ognuno ha i suoi – e ce li stanno togliendo tutti, uno a uno. O meglio: la mamma che fino a un attimo fa te le passava tutte o quasi, adesso ti abbassa i pantaloni e ti sculaccia, a sangue. Il punto è che non siamo più dei bambini e superata la soglia dell’età infantile è difficile imparare la lezione, accettare le botte e fare i bravi.
Questa mamma diventata severa è la vita. Avevamo in tasca denaro sufficiente a permetterci qualche divertimento onesto, oltre a quello che serve per pagare le tasse e a fare la spesa. Oggi, di frequente mi sento raccontare che al mercato la signora Tizia ha comprato le ali di pollo, anziché le cosce, perché di carne sulle ali ce n’è di meno e quindi il prezzo risulta più papabile. C’è chi rinuncia all’etto di prosciutto o alla macelleria. I neri in America mangiavano la terra, ai tempi della schiavitù, da qualche parte è rimasta un’usanza. Converrebbe importarla.
Dal mio incasso settimanale (sono un lavoratore autonomo), detraevo duecentomila lire per me. Con quei soldi, pagavo la palestra, i conti di casa, la pizzeria, il cinema, il teatro, i fumetti, i libri e, con qualche rinuncia, riuscivo ad avanzare il necessario per andare in ferie d’estate. Adesso dalla cassa prelevo 110 Euro a settimana e finiscono come un pacchetto di sigarette. Sono un povero. O almeno: tale mi sento. Ho fama di essere un professionista stimato, il lavoro sembra andarmi bene, dall’esterno, ma invece sudo ogni mese per andare in pari – e purtroppo so che il mio è un problema comune a tanti. Faccio parte, insieme a chiunque sollevi le mie identiche lamentele, di quella categoria di persone che la nostra beneamata televisione ha definito, col massimo candore possibile, “la soglia dei nuovi poveri”. Chi sarebbero, al dettaglio, costoro? Per esempio, un operaio che ai tempi prendeva un milione e sei (uno stipendio da fabbrica alquanto ragguardevole), adesso è un nuovo povero. E ci credo: provaci tu a vivere a Milano con 800 Euro al mese. Sfido chiunque ce la faccia a darne pubblicamente notizia, nota spese alla mano, tornerebbe utile a chi invece molto più verosimilmente non ce la fa.
Il punto non è farcela o non farcela. Il punto è avere un governo che ponga un freno a questa condizione abominevole, o un popolo che finalmente si metta d’accordo. Mera utopia? Eppure, la Costituzione del nostro Paese sancisce la sovranità del popolo. Beh, allora direi di sì, è mera utopia. Già. Io non vedo né un popolo, né una sovranità. Soprattutto quest’ultima scarseggia dappertutto. Il governo stesso è un mancato sovrano – e non perché, come dovrebbe, è strumento della popolazione che lo ha eletto, ma perché è un burattino nelle mani di chi si nasconde dietro ai fili e ha tutto l’interesse a tenere seduti su quelle poltrone determinati personaggi.
Un Capo dello Stato che appena apre bocca genera incidenti diplomatici a livello internazionale (“Bush teme la vittoria in Italia della sinistra”, parole sue), forse non è particolarmente interessato a chi tira a campa’ – e ciononostante lo ha eletto, nella speranza che “uno coi soldi non vada in Parlamento per i suoi interessi”.
Nessun governo, una volta caduto, lascia le cose come le ha trovate. Nessun governo in arrivo farà le pulizie al suo posto. Il Parlamento italiano è una toilette. Fa piacere trovare nei bagni pubblici la scritta che invita a lasciare tutto come vorremmo ritrovarlo poi. Mi chiedo a quali altre bassezze dovremo sottostare ancora, visto l’andazzo degli ultimi tempi (e non mi riferisco al solo governo Berlusconi).
Vedremo. Nel frattempo: smettiamo di spendere soldi. Basta farci prendere per il culo da chi ci vende una pizza che costa trentamila lire. Non pensiamo in Euro, il valore monetario obiettivo dell’Euro è stato stabilito sulla base delle monete in uso nei vari Paesi aderenti all’Unione Europea, oltre ad essere stata, la cara vecchia lira, il nostro strumento di comprensione dei valori da generazioni. Una pizza e una birra, con un caffé, perché no?, costano oltre trentamila lire – ed è una presa per il culo pagare tanto così. Mettiamo i negozianti di ogni genere nelle condizioni di non incassare neppure un centesimo, sono sufficienti due settimane di impegno civile. Nessuno di loro sarà in grado di pagare le tasse e le spese. Sarà il caos. E io lo so, perché se mi succedesse una cosa del genere, in quanto lavoratore autonomo, finirei a mangiare badilate di terra in quattro e quattr’otto.
A quel punto, da Montecitorio, qualcuno dovrà per forza di cose intervenire, mi rifiuto di abboccare alla bugia che l’aumento dei prezzi sia stata una furba manovra di pochi esercenti, seguiti da tutti gli altri. Anche le tasse sono aumentate di pari passo, nel frattempo, mentre gli affitti costano uno sproposito – e se per caso intendi acquistare un immobile, ci pensano i notai a pelarti, prima degli istituti di credito, o degli usurai.
Voglio un presente in cui sia lecito sposarsi senza farsi venire la depressione perché non si hanno soldi per farlo. Voglio un presente in cui una coppia possa desiderare un figlio senza aspettarsi che un figlio, prima di essere a sua volta una vita, sia innanzitutto un investimento. Voglio un presente in cui il mondo che lascio ai miei figli faccia loro un po’ meno paura di come oggi fa paura a me. Che non ho paura del futuro. Il futuro non esiste. Il futuro lo costruisci un giorno alla volta, nell’unico tempo di cui nessuno si preoccupa abbastanza: il presente. Tutti piangiamo sul passato, tutti guardiamo al futuro – o con speranza, o con terrore. Sono droghe, questi pensieri. Illusioni. Spazi finiti, o mai aperti.
È il presente l’unico tempo che conta. Ma quello di oggi è spaventoso.
Io ho paura di vivere. E temo di essere in ottima compagnia.