© NoBrain Productions
Correva un anno, un mese e un giorno che non hanno motivo d’esser tramandati in una storia come questa. Correva un tempo sorpreso al risveglio da un sonno durato quarant’anni e che ora si recitava soltanto in una canzone di tutt’altro coraggio e necessità. Per questo noi, persone disinformate dei fatti, persone istruite per induzione a parlare meglio e sentire meno, sentire tanto e ascoltare nulla, stavamo stretti a una tavola cogli sguardi diligenti, volti a un televisore sospeso a padrenostri su una mensola rattoppata coi chiodi e i bulloni, nel fare più italico possibile, che fa dell’arrangiarsi il suo credo e di mani male in opera il suo atto di fede.
Fissavo un po’ le immagini del telegiornale, un po’ la nostra tavola, inzaccherata dagli schizzi d’olio sfuggiti alla bocca di Giuseppe, luogo al mondo in cui le gengive mi ricordavano un’aula da parlamento con una teoria di denti che tutti insieme non facevano un Presidente del Consiglio, un Presidente della Camera e un Capo dello Stato. Eppure in quella voragine s’annidava qualcosa di potente al punto da essere oggetto d’attenzioni si direbbe amorevoli pei baci di mia madre e i mille cibi sdrucciolati con fare lieve, nonché incurante dei resti alimentari cosparsi intorno al piatto come i caduti d’una battaglia. Sicché mia madre s’affannava a ricordargli che le bestie stanno fuori, spargendo insieme alle accuse gli affetti, democraticamente serviti sulla punta della stessa lama con cui la sua voce sfondava a intermittenza la grancassa dei Panthera che pestava sul crescendo di un’altra fuga da quel mondo che intorno a me deflagrava.
In mezzo alle due cuffie e a tutto il resto, c’ero io.
Tempo fa, ma non troppo, è uscito un romanzo che vale la pena di leggere. S'intitola "Dies Irae", l'ha scritto Giuseppe Genna. A me il libro è piaciuto e ho voluto scambiare quattro chiacchiere con lui. Il colloquio lo si può leggere a questo link:
http://www.ilcritico.com/modules.php?name=News&file=article&sid=297&mode=thread&order=0&thold=0
Siate ingordi, orsù! :-)
G.
AMLETO: Ah, i flauti. Datemene uno. – In confidenza, perché cercate sempre di cogliermi da sopravvento, come per spingermi in qualche rete?
GUILDENSTERN: Oh, monsignore! Se il dovere mi fa importuno, il mio affetto supera ogni misura.
AMLETO: Questa non la capisco bene. Vorreste suonare questo flauto?
GUILDENSTERN: Non so farlo, monsignore.
AMLETO: Ve ne prego.
GUILDENSTERN: Credetemi, non ne sono capace.
AMLETO: Ve ne scongiuro.
GUILDENSTERN: Non saprei dove metter le dita, monsignore.
AMLETO: È facile come mentire. Controllate questi fori con dita e pollice, dando fiato con la bocca, e lui parlerà in musica con grande eloquenza. Ecco qui le chiavi.
GUILDENSTERN: Ma non saprei cavarne nessuna armonia. Non conosco l’arte.
AMLETO: Ma allora lo vedete, che cosa indegna fate di me. Vorreste suonarmi, vorreste dare a intendere che conoscete i miei tasti, vorreste svellere il cuore del mio mistero, e farmi cantare dalla nota più bassa fino in cima al mio registro. C’è tanta musica, c’è una voce eccellente in questo piccolo strumento, eppure non sapete farlo parlare. Sanguediddio, mi credete più facile a suonarsi d’un piffero? Prendetemi pure per lo strumento che preferite: per quanto stiate a grattarmi non potrete farmi cantare.
(William Shakespeare, “Amleto”, Atto Terzo – Scena Seconda, Avallardi Ed. 1995, trad. di Nemi D’Agostino)
E questo è l'inno-o
del corpo sciolto
lo può cantare solo chi caca dimorto
se vi stupite
la reazione è strana
perché cacare soprattutto è cosa umana.
Noi ci si svegliamo e
dalla mattina
i' corpo sogna sulla latrina
le membra riposano
ni' mezzo all'orto
che quest'è l'inno
l'inno sì del corpo sciolto.
C'hanno detto vili
brutti e schifosi
ma son soltanto degli stitici gelosi
i' corpo è sano
lo sguardo è puro
noi siamo quelli che han cacato di sicuro.
Pulissi i'culo dà gioie infinite
con foglie di zucca di bietola o di vite
quindi cacate
perch'è dimostrato
ci si pulisce i'culo dopo avè cacato.
Evviva i cessi
sian benedetti
evviva i bagni, le tualet e gabinetti
evviva i campi
da concimare
viva la merda
e chi ha voglia di cacare.
I'bello nostro è che ci si incazza parecchio
e ci si calma solo dopo averne fatta un secchio
la vogl'arreggere
per una stagione
e colla merda poi far la rivoluzione !
Pieni di merda andremo a lavorare
e tutt'a un tratto si fa quello che ci pare
e a chi ci dice, dice
te fa' questo o quello
noi gli cachiam addosso e lo riempiam fino al cervello:
cacone !
puzzone !
merdone!
stronzone!
la merda che mi scappa
si spappa su di te !
“Il tempo è un ipocrita. Davanti si comporta in modo amichevole e coerente, sempre disposto ad aspettarti. Poi, quando gli volti le spalle, ti ruba la vita e parla male di te alle parti che ti ha sottratto. Giovinezza, avresti potuto essere un momento più gratificante della sua vita se solo si fosse dato più da fare. Amicizie? Non voleva mai dedicarvi tempo sufficiente, per quanto gliene concedessi abbondantemente. Vent’anni? Sareste stati i suoi anni vincenti se solo avesse saputo sfruttarli nel modo giusto. Veniamo a sapere queste chiacchiere da fonti diverse, il più delle volte sono voci interne che spettegolano continuamente, felici di venirti a raccontare cosa dicono i tuoi nemici.”
(Jonathan Carrol, “I bambini di Pinsleepe”, Ed. Fazi 2006)
[Ho appena mandato la mail che segue ai miei contatti di posta. La ripubblico qua]
Care amiche, cari amici,
torno a disturbarvi a breve distanza per questo motivo: ho saputo ieri che Sorvegliato dai fantasmi, la mia raccolta di racconti uscita a febbraio dall’editore peQuod, è finalista come libro dell’anno per la trasmissione Fahrenheit di Radio 3, la miglior trasmissione culturale oggi in Italia. La cosa mi fa felicissimo perché anche se ho la certezza di non vincere (contro Arpaia, la Ballestra, Ishiguro, La Capria o Mc Carthy? Non scherziamo…) sono il più giovane tra i 30 selezionati come libri dell’anno e l’unico o quasi pubblicato da un editore realmente piccolo e indipendente. Ho la sensazione che vincerà Gomorra (Mondadori) di Roberto Saviano, anche se personalmente vorrei che vincesse Troppi paradisi (Einaudi) di Walter Siti, che è forse il libro più importante dal punto di vista della letteratura tra quelli in elenco. Il mio desiderio adesso è: non arrivare ultimo tra i 30. Se lo ritenete, quindi, mandate il vostro voto a fahre@rai.it, semplicemente indicano autore e titolo. Se lo ritenere, inoltre, fate votare il mio libro da altri.
Io, per quel che mi riguarda, sono in ogni caso contento.
Ricordo ancora che sabato sarò all’Ippogrifo di via Mazzini a Castel San Giovanni (Pc) a presentare il mio libro con Marco Bosonetto, alle 18.30. Si tratta di un negozio di vestiti, c’è un piccolo bar interno che OFFRE quello che bevete e poi c’è il dj. Oh, venite pure per i vestiti e per il bar e per la musica, io prometto di parlare pochissimo!
State bene, grazie a tutti,
Gabriele.
Il passatempo di lizzi
Una mostra fotogra - fica!
libreria BABELE galleria
Un elogio alla banalità/semplicità, quando di "fiche" - intese come bellezze al vento - e di modelle e di fascini sempre più obsoleti, non ce ne è più la necessità!
Calendari e meschine veline, promiscua umanità in balia dei luoghi comuni della nostra cultura:
Son rifatte, sono giovani, sono anoressiche, ninfomani, ma è gay???
SONO! Vita parallela, vera e falsa allo tempo stesso, ma troppo interpretata dai mitomani in cerca di guai. Alla fine, quel che rimane è solo noia.
Non dicono tutti che la patata tira? E il centro del mondo passa di là! Per di qua e per di là basta aprirsi con generosità!
Quindi una mostra di fiche e basta!! Dove la maggioranza si riconosce e sorride! Un pertugi della fantasia senza sesso, dove tutto è permesso. Passerà??? Passerapasseropasso
dimmi quando?!
Con una lente di ingrandimento potrai scoprire il tuo sospiro.
Fiche fantasiose, non pornografiche, figure giocose con il segno imposto dalla natura, ricca fessura di gioie e dolori di creative congetture.
Lizzi gioca senza malignità, senza maliziosità, tanto prima o poi qualcuno passerà!
Inserendo il titolo Passerà nella casella "cerca"
Il ricordo di stasera ha il suono di un vinile. Graffiato, a tratti rauco. Viene in mente il vinile soprattutto perché, in sottofondo, c’è quel motivo dei Beatles, “Yesterday”. Ma quel suono, se lo senti meglio, non è affatto quello che produce la puntina di un giradischi quando segue i solchi di un ellepì. Quel suono, se lo ascolti davvero con un minimo d’attenzione in più, te ne accorgi subito che in realtà si tratta di uno sciacquio, abbastanza regolare, a intervalli più intenso. Se poi a quel suono aggiungi un po’ di forma, un po’ di colore, allora vedi una mano entrare nell’acqua, con le dita serrate su una spugna. La stretta, poi, si allenta, in acqua, e dopo la mano ne esce strizzando forte - e l’acqua ecco che ricade nell’altra acqua, in un rivolo dapprima deciso, poi sempre meno corposo. E quella mano con dentro la spugna allora accarezza un corpo che vedi solo in parte, solo fino al petto, da una soggettiva interessata. È lì che senti la canzone, “Yesterday”. La canta la donna con la spugna in mano. La guardi in viso, adesso, e la riconosci: è tua mamma. Ti sta lavando in quella terribile vasca per bambini, di plastica, sollevata a mezz’aria da due sbarre ritorte e fra loro incrociate sotto. Non ci volevi mai entrare, tu, ma poi appena lì, a contatto con l’acqua calda e con quel profumo nauseante ma buono di bagnoschiuma Johnson, allora ti rilassavi e facevi in modo che tutto succedesse e basta, senza più preoccuparti.
Ieri tutti i tuoi guai sembrano così lontani, cantava tua mamma, in un inglese meccanico. E in questa sera di foschia e di nebbia bianca, la senti risuonare perfino al di sopra della voce di Paul McCartney, non proprio a tempo. E come aveva ragione. Come sembrava tutto lontano, ieri. Non è così? Adesso, vedi perfino il bambino che eri. I capelli a caschetto, un frangione pazzesco, che ti copriva le sopracciglia, non ti viene da ridere? Assomigliavi a un fox terrier. Sullo sfondo della tua finestra di casa, c’erano certi anni, i Settanta, che nell’ansia di consumarsi non avevano comunque fatto in tempo a diventare già un’epoca. Ma per te tutto quello che succedeva là fuori non aveva significato. Per te, ieri, la vita era un ripetersi di tanti oggi, senza niente dentro se non il tuo crescere e cambiare, però ancora vergini di consapevolezze. In quegli oggi pieni di bagnoschiuma e borotalco Roberts e canzoni che amava la tua mamma, canzoni su cui sognava, in quegli oggi che adesso chiami ieri, mai e poi mai ti saresti detto davanti a una basilica, un giorno, a fumare droga, per immergerti ancora un attimo in quell’acqua, in quei profumi che saluti, li senti?, in quelle note niente affatto stonate e che ti guidano a guardarti, amico mio, a guardarti negli occhi del bambino che eri, ieri, del bambino che non poteva scorgerti e comunque sorrideva e non pensava - ma viveva, ecco, viveva. Lasciando che ogni attimo non ne trascinasse altri se non quello che gli sarebbe venuto appresso. Esattamente come i passi che anche stasera percorrevi stancamente nella città intorno a te, che proprio come quell’acqua in cui non volevi stare ti accoglie invece ogni notte, morbida, senza pensieri di troppo.
E dentro quell’andare, dentro quella musica, in quegli odori che tu stesso finisci per evocare fumando, il tempo ti sa ritrovare e vincere ogni volta, amico mio, te ne accorgi?, e allora ecco che sulla sua onnipotenza qualcuno di quei pacchi chiusi che ti ostini a nascondere, potrebbe aiutarti a sopravvivergli, in certe sere.
Guardali allora, i tuoi ricordi, guardali i tuoi ieri, aprili, che se sono perduti, va bene, è la vita, ma fai almeno in modo che non vadano persi, amico mio, lo sai che si può.
Fa' almeno in modo che non vadano persi, i tuoi ieri.
Why she had to go I don’t know she would’t say
I said something wrong, now I long for yesterday
“Con tutto quello che sapevo adesso, non avrei mai più potuto sentirmi come allora. Ero troppo esperto e pratico per tornare a guardare la vita attraverso un paio di occhiali rosa, o per pensare che uno potesse risolvere i problemi del mondo a tavolino.
Ma perdere il mio idealismo, smettere di credere nella capacità degli esseri umani di andare oltre i loro istinti primitivi, significava diventare vecchi, amareggiati e inutili per gli altri, perfino per me stesso.
L’idealismo era un po’ come Venere nel cielo del giorno. Una volta ero in grado di vederla. Ma con il passare del tempo mi serviva meno e volevo scrollarmene di dosso la responsabilità, e avevo perso la capacità di vederla, di crederci. Ma adesso pensai che sarei riuscito a vederla di nuovo se avessi fatto uno sforzo e avessi guardato con attenzione.
Entrai in casa e girai il disco per l’ennesima volta, lo rimisi da capo, tornai fuori e spostai la sedia a dondolo in giardino, mi strinsi nella giacca e guardai su nel cielo, cercando di trovare Venere prima che il giorno finisse e calasse il buio.”
(Joe R. Lansdale, “Una stagione selvaggia”, Einaudi 2006)
IERI NOTTE SONO MORTO
Ieri notte sono morto, ma dev’esserci stato un errore. Qualcuno ha sbagliato numero e pur componendo le cifre che credeva esatte, per una svista ha pigiato almeno un tasto sbagliato. È andata grosso modo così, credo. Mi hanno chiamato di là, per sbaglio, ma appena ho risposto hanno riagganciato.
Adesso: prova a sovrapporre entrambe le mani, una sull’altra… da piccolo, l’hai fatto mai questo gioco? State a tavola seduti in due, in tre, o perfino in quattro, uno per lato. Il primo posa il palmo della mano al centro del tavolo, un secondo gli posa sopra la sua, di traverso, poi li raggiunge il terzo, a dritto, il quarto, a rovescio, si aggiunge la mano rimasta libera, e via, il giochino si ripete, uguale, finché il primo non libera la sua mano dalle altre e la porta in cima. Ecco, quando si leva nell’aria… quell’assenza improvvisa di peso da dosso, hai presente? Si sente questo.
Stavo dormendo, e a un tratto mi sollevo a sedere. Il fiato non risale, avevo la gola stretta come una trappola per topi, il cuore fermo. Nessun battito. Un istante di vuoto assoluto. Infine, la trappola si allenta e il topo scappa, di corsa, gettandosi fuori in un soffio ruvido, troppo accelerato. Intorno a me, gli oggetti della stanza – un televisore sospeso su di una mensola di fronte al letto, un armadio a parete, il lampadario, la portafinestra – erano illuminati da una luce buia, come da un primissimo albeggiare.
Abbracciato al cuscino, volevo soltanto rimettere mano ai sogni.