© NoBrain Productions
Se "odio" e "rancore" fossero nomi di piante
sarei un ottimo giardiniere.
Avessi anche il buon senso di coltivarle soltanto nel mio giardino.
Invece faccio spesso capatine in orticelli vicini
e semino "odio"
e semino "rancore"
e soprattutto aspetto che crescano ben bene, prima di andare via,
per altri campi ancora liberi da queste.
Il mio giardino intanto è un fazzoletto di sterpi
che il semplice mutare delle stagioni secca,
o ravviva.
Stefano Benni
LISA
Io cammino ad occhi chiusi
sognando la riva del mare.
Ciò che dicono le persone non sento,
se del mio corpo parlano o del destino futuro.
Io ho piccoli piedi per fuggire
e un culo, che ammiro come una volpe la coda,
vanitosamente.
Io vorrei essere rispettata come rispetto la quercia nel giardino
che beve le nostre gocce di sangue.
Io rido e mi tolgo il rossetto e subito lo rimetto
e non saprei dirvi perché.
Io vorrei cambiare ogni ora,
ma non chiamatemi incostante.
Ho bisogno di aria buona, e di fumo, e di nebbia, e di andare via e
restare, rotolare e lavarmi.
Non chiamatemi pazza.
Io voglio una città che non sia solo di insegne.
Io amo il silenzio che separa le parole,
non quello che vien dopo alla sirena e agli spari.
Io sento l'uggiare dei cani nella tana.
Io lavoro tra profumi e shampoo
ma sento la puzza del fiato dei caimani.
Io piango, china davanti all'altare dell'autoradio.
Io graffio e scalcio, io vorrei non essere mai nata
e vorrei essere vecchia, come ciò che so del mondo.
Dormire tra le tue braccia, sentirti parlare di tuo padre,
per ore.
E vorrei lasciarti solo, con la moto in fiamme sull'asfalto striato,
bere il tuo sangue dal mignolo,
succhiarti il cazzo, fredda, come in un film
e mostrarlo alle amiche.
E vorrei scrivessi di me su tutti i muri.
Io piantai le forbici nel braccio a un tipo che mi sbavava dietro.
Io mordo. Io soffro, prigioniera nel bosco,
tra le mute dei cani.
Io sono la regina, la serva.
Io non so dove andare, questa sera,
nel buio,
e non so dove trovarti.
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Beh. Devo ammettere: in effetti, l'espediente dei puntini funziona davvero, in "anteprima del post" veritas. Grazie a tutti per questo cortese suggerimento. Quello che avrei davvero voluto, però, è il bianco. Lo spazio. L'assenza di parole in un luogo elettronico che di parole è invece per sua natura saturo. Il silenzio.
Il silenzio.
G.
Quali sono le antologie che avete letto e che vi sono piaciute di più?
Rivelatelo qui: Anthology Lit Award
BASTA MIMOSE!
La festa della donna era ieri, solo ieri, e oggi, che non ho tempo per scrivere nulla, ho deciso che metterò un sacco di spazio, cliccherò un bel po' di volte sul tasto dell'invio, già. Così almeno, sarà pure una magra consolazione (e sarà pur vero che nessuno m'ha chiesto di mettere le mimose qui, sia chiaro!), ma quando apro il blog non vedo subito, come prima cosa, 'sto cazzo di vaso!
Dunque: via agli "a capi".
Ecco. Potrebbe bastare, se il programma di scrittura che gentilmente Splinder concede agli utenti in comodato d'uso non calcolasse gli spazi vuoti come un qualcosa di anomalo, un errore da cancellare appena dai l'ok perché il post vada on line. Ma mi accontento, va! :-)
Alla proxima, signori.
G.

Vronskij andò nella vettura dietro al capotreno e all’entrata dello scompartimento si fermò, per lasciare il passo a una signora che usciva.
Col tatto abituale dell’uomo di mondo, da una sola occhiata all’aspetto esteriore di questa signora Vronskij giudicò in modo certo ch’ella apparteneva all’alta società. Egli si scusò e stava per andare nella vettura, ma provò la necessità di guardarla ancora una volta, non perché ella fosse molto bella, non per quell’eleganza e quella grazia modesta che si vedevano in tutta la sua persona, ma perché nell’espressione del volto leggiadro, quand’ella gli era passata vicino, c’era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero. Quand’egli si volse a guardarla, ella pure voltò il capo. I scintillanti occhi grigi, che sembravan neri per le ciglia folte, si fermarono amichevolmente, con attenzione sul volto di lui, come se ella lo riconoscesse, e immediatamente si portarono sulla folla che passava, come cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vronskij fece a tempo a notare l’animazione rattenuta che balenava sul volto di lei e svolazzava fra gli occhi scintillanti e il sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra vermiglie. Come se un’abbondanza di qualcosa colmasse talmente il suo essere, da esprimersi all’infuori della sua volontà ora nello scintillio dello sguardo, ora nel sorriso. Ella aveva spento deliberatamente quella luce nei suoi occhi, ma essa splendeva a suo malgrado nel sorriso appena percettibile….
(Lev Tolstoj, "Anna Karenina")
Auguri, carissime! Anche se le mimose puzzano...
Baci,
G.
Fabrizio de André - "Un medico"
Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore
E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e vennero in tanti e si chiamavano "gente"
ciliegi malati in ogni stagione
E i colleghi d'accordo, i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare
E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell'identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.
E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l'etichetta diceva: elisir di giovinezza
E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione
(dall'album "Non all'amore, non al denaro, né al cielo", 1971)
Le mosche arrivano, ma senza ronzare. Ogni sciame attacca un pioppo, soltanto sul fogliame, come enormi cartoni animati neri. Quello grosso punta al negozio, attratto dalle vetrine illuminate, altri si avviluppano ai lampioni rotondi del viale alberato dove io resto a guardarle, a capire perché suonano invece di ronzare.
Allungo una mano verso il comodino e porto il cordless all’orecchio. Le mosche si spengono.
- Gabriele… Gabriele?!! – Grida qualcuno, all’altro capo - Pronto, ma dormi ancora? –
Secondo una leggenda urbana, un uomo viene svegliato nel cuore della notte da un telefono che squilla.
- Gabriele, puoi parlare, per piacere? Sono le nove e mezza! –
Accanto all’apparecchio, l’uomo tiene una pistola. Così, per sicurezza.
- La signora arriva alle dieci! E sei ancora a letto! –
L’uomo si decide finalmente a sollevare la cornetta.
- Mi sono stancata di aprire il negozio al posto tuo, hai quasi trent’anni! Sono tua mamma, mica la tua negra! –
Solo che non è la cornetta.
- Gabriele… –
È la pistola.
- GABRIELE! –
Secondo una leggenda urbana, l’uomo si spara alla testa.
Buon per lui. Nella vita c’è di peggio. Butto “mia mamma” sul comodino e mi giro dall’altra parte, ma alla portafinestra di fianco al mio letto mancano gli scuri: lei ritiene sia salutare alla mente svegliarsi col sole in faccia. Alla mente, può darsi. Al mio corpo di quasi trent’anni affiora invece un dolore acuto, qui, al centro della spina dorsale. È il punto di scarico che corrisponde al peso di entrambe le braccia, se le si tiene tese in avanti per parecchie ore. Una volta in piedi, il male si propaga fino ai bassi dorsali e si ferma lì, come un grosso punteruolo.
L’osteopata chiamerebbe tutto questo lordosi. Io lo chiamo aspetta e spera.
Vivo.
Il mio alibi è che vivo.
Tentazioni e mai la volontà
di finirla qua.
(Renato Zero)