© NoBrain Productions
Perché non facciamo un esperimento? Prendiamo un racconto al suo inizio e lo continuiamo insieme, un pezzo a testa. Chi si vuole cimentare? Sarebbe divertente. Pensa se oggi c’è un personaggio e domani me lo uccidi, allora un altro ne tira fuori dal cilindro uno tutto suo e lo inserisce nella storia, poi nessuno sa chi sia, questo qui, e allora zac! A qualcuno viene l’idea e si continua. A proposito: e la storia? La storia ce la inventiamo, di volta in volta. Come il titolo, per esempio, che al momento non c’è. Non avrebbe senso ci fosse. Mi piacerebbe poi prendere tutto e pubblicarlo nel mio romanzo, in uscita quest’autunno. Un feuilleton, insomma. Un racconto di appendice, però corale, dove il primo autore è solo chi ha avuto la “bella” (?!!) pensata di mettersi a scrivere quanto segue.
Se c’è una cosa che odia veramente, è il suono della sveglia, di una sveglia qualsiasi. Non è il volume o il tipo di modulazione in sé, ma proprio il fatto che a un certo punto del sonno questa maledetta si metta a trillare.
Le cinque.
Una specie di luce penetra debolmente gli scuri. Il caldo invece è già deciso e gli cola sulla pelle appena in piedi.
Fa una rapida spedizione in bagno, lui e l’acqua al mattino hanno da sempre un pessimo rapporto. Quando esce, poco dopo, la segreteria in salotto lampeggia, lo nota dal riflesso che il led proietta sulla parete di fronte, in corridoio, smerigliato attraverso il vetro della porta socchiusa. La spalanca e il caldo sembra essersi mantenuto in disparte, qui, fa addirittura leggermente fresco.
Schiaccia il play e ascolta.
Primo messaggio.
- Amore, sono sotto casa tua. – Oh, cazzo, pensa lui. Di afflato amoroso c’è solo il testo. Che comunque cambia binario: - Appena metti il naso fuori, te lo spacco. Insieme a tutta la tua faccia di merda. –
Secondo messaggio.
- Valerio, sto per venire a prenderti, sei pronto? – Alberto. Lui e la sua precisione da esattore. Uno ancora deve capire se davvero sta al mondo o no, e lui: - Hai il cellulare spento, fatti vivo. Comunque, dieci minuti e sono da te, ok? Non dirmi che devi ancora preparare i bagagli, perché stavolta ti strozzo con le mie mani. –
Il buongiorno si vede dal mattino.
Terzo messaggio.
- Valerio, sono la mamma. – Oddio, no. Del naso se ne può discutere, sul collo magari anche, ma alle cinque del mattino la mamma, no.
E schiaccia stop. Troppo rischio per un uomo solo.
Quasi contemporaneamente, dalla strada arriva chiarissimo il rombo della Uno corretta chissà cos’altro di Alberto, che rallenta e si spegne poi del tutto più o meno sotto alla sua finestra. Però la portiera che si apre non dev’essere quella di Alberto. Neppure un’andatura sul marciapiede che solo quelle scarpette comprate dieci giorni prima potrebbero marcare in modo tanto secco, appartiene a lui. Se poi il passo in sé richiama l’incazzatura di chi si sta avvicinando alla Uno del suo amico, allora il nome che daresti a quel passo non è un nome qualsiasi.
Quel passo si chiama “amore, sono sotto casa tua”.
Quel passo si chiama Federica.