sabato, 23 settembre 2006

GANJA e FRUSTATE... a 16 anni

lady MarjaOrmai è un mese che vengo a scuola. È la tua ultima possibilità, mi hanno detto i vecchi. La bocciatura dell’anno scorso proprio non l’hanno mandata giù. Mi hanno iscritto a questo liceo classico privato.
Se vieni ancora bocciata, allora lavoro, lavoro. Ci vuole disciplina, mi ha detto il vecchio. Io al diploma voglio almeno arrivare, ma l’università se la possono scordare. Solo perché loro non ci sono potuti andare, allora dovrei andarci io, poveracci vivono ancora con il mito della laurea =porte aperte, posti di lavoro prestigiosi e guadagno. Ma dico io dove cazzo vivete su Marte? Così eccomi in questo istituto per viziatelli figli di papà, che si credono la santa razza padrona nonché futura classe dirigente, solo perché figli di… e perché portano Prada, Gucci, Woolrich con il pelo di qualche animale scuoiato e jeans For all mankind, quando per tutto il genere umano proprio non sono, visto che vengono ben 250 euro.
Io non mi posso permettere nessun capo griffato, quindi sono un po’ emarginata. La sera lavoro in locale nella Pianura padana. Disperso tra le nebbie e l’umidità in direzione Milano. Io provengo dall’hinterland. Faccio la cameriera in un locale notturno, servo drink alcolici di ogni genere e mi devo sciroppare fino alle due del mattino seguente gente sbronza che tenta di toccarmi il culo. Io devo scansare le loro schife mani e sorridere. Sorridere sempre. Sono pagata per sorridere, ma le mani sul culo no. Devo fare finta di niente, ma una rabbia repressa cova in me come un vulcano sul punto di gettare lava su questi ubriaconi stronzi. Però i soldi mi servono, quindi mi tocca sopportare, sopportare.
A scuola o al lavoro= fuori di casa il più possibile… lì dentro non si respira e se non rimango in apnea, sono costretta ad inalare cazzate su cazzate. Per questo me ne vado al parco, dove trovo la mia compagnia, tipi tattici con cui posso fumare le mie brase tranquilla.
Poi è successo un fatto: un assessore amico del vecchio gli ha detto che al parco erano state installate delle telecamere nascoste, e che ero stata ripresa, mentre brasavo, con un gruppo di scoppiati.
Risultato: il vecchio, che fa tanto l’alternativo con i miei compagni di scuola, e si crede la fotocopia di Vasco Rossi, mi ha riempito schiena e gambe di vergate con la sua personal cintura. Io sono andata a scuola con le gambe e la schiena che erano tutto un livido, oltre a brandelli di pelle scorticata.
Mia madre dice che sono una drogata. Sono una drogata, allora. Mi piace la marija, la ganja, la superlativa e le paste. Mio padre dice che sono una fannullona. Sono una scansafatiche allora.
Hanno tutti ragione. Ma io sono così. Appena avrò diciott’anni nessuno potrà più frustarmi e dirmi quello che devo o non devo fare.
Mi fa pena mia madre, mi ripete sempre che sono una cogliona, una tossica, una figlia che non avrebbe voluto se avesse saputo che sarei diventata così. Che le faccio fare figure di merda. Poi le chiedo qualche 20 euro e lei me li allunga. Ho capito il tipo, cara adorata mother: ti lascerò sbraitare finché non avrai più fiato in gola e poi ti chiederò di uscire e permesso accordato.
Eccomi di nuovo al parco. Mi prendo un sacco a pelo e dormo sotto la luna insieme ai miei amici dopo avere brasato. Fisso il cielo piatto e nero e mi addormento in pace. Mio padre tanto a casa non tornerà questa sera. Troppo impegnato a farsi fare servizietti dalla sua segretaria amante. Quella ha solo 4 anni
più di me.

postato da: goodnightmoon88 alle ore 13:27 | link | commenti (4)
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venerdì, 07 ottobre 2005

C’è una cosa, successa tanti anni fa, che continua a venirmi in mente. Tra i tanti fatti enormi, epocali, che sono accaduti nei decenni scorsi e di cui il caso ci ha fatto essere contemporanei, c’è una cosa che mi è rimasta impressa più delle altre e che non riesco a dimenticare. Sto pensando alla morte del piccolo Alfredino Rampi, successa più di venti anni fa. È come se a volte, in certi terribili snodi epocali, accadesse qualcosa che permette di vedere in un istante che cosa sta avvenendo sotto i nostri occhi, in che stato siamo. In questi anni ritorno spesso a tutta quella incredibile storia, che mi pare sveli come poche altre il volto di questo paese e di questa epoca. E mi immagino, nei momenti di disperazione per quanto ci circonda, che stia succedendo adesso, che stia succedendo ancora, che stia continuando ininterrottamente ad accadere. E che, ai bordi di quel buco dove è precipitato il bambino, non ci siano gli uomini di allora, ma quelli di oggi, tutti in piedi, attorno a quella ferita sempre aperta. E che, sullo sfondo delle persone che ce l’hanno messa tutta e che ce la metterebbero tutta anche adesso, che hanno dato e continuerebbero a dare l’anima, ci siano i notabili di oggi, col loro seguito di servi e di guitti in posa di fronte alle telecamere.

 

(Antonio Moresco, “Maiali”, liberamente tratto dall’antologia “Patrie Impure”, a cura di Benedetta Centovalli, Rizzoli 2003)

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