martedì, 23 agosto 2005

TAqqUINO.04

Ore 12 e 30 all’incirca, di qualche giorno fa. Scopro da un mio amico che un altro nostro amico sta per diventare padre. Non incontravo entrambi da un pezzo, anche se sapevo per vie traverse che uno dei due aveva trovato una ragazza con cui uscire, almeno da cinque mesi a questa parte.

Ora: sarebbe stato meraviglioso pensare subito alla cosa più ovvia in questi casi e quindi sentirmi felice per lui, felice per la sua ragazza, per il bambino, o bambina che sia – e tutto il resto. Invece mi sono immediatamente preoccupato. Nemmeno tanto per la fattispecie: parliamo di un arrapato cronico, uno che valuta il desiderio di conoscere una ragazza mentre la vede passeggiare per la città in base a quanto sono profonde le fossette che ha sul sedere. Cosa comprensibile, per altro, ma il punto non è questo. Il punto non è quanti culi guardi e non osi toccare, o quanti ne hai toccati fino a sceglierne uno in particolare. Il punto è: prima di riprodurci, prima di schiaffare in mezzo al mondo una vita che esattamente come noi non ha mai chiesto espressamente di venire qui, beh, pensiamoci un attimo. No?

Mi si dice, sollevate queste perplessità, che non esiste un “momento giusto” per avere un bambino. In ogni caso: a me, è negato. Io, non sono in grado di decidere quando, come e perché vorrei un figlio mio. Stop. La sentenza è decisa.

Mi scapperebbe un vaffanculo. Lo abortisco e provo prima a rifletterci.

Forse è vero. Okay, te la concedo. Al momento sono troppo “figlio” per diventare a un tratto “padre”. Già. Ma penso una cosa. Penso che stare con una persona cinque mesi e non schizzare all’ospedale la sera che ti si è bucato il preservativo – magari perché lei afferma che le arriveranno le sue cose a giorni e poi, succeda quello che succeda, tanto in fondo vi amate – è prendere alla leggera l’arrivo di un figlio. Il che, non mi sembra affatto un’opinione molto adulta.

Sarei felice di indovinare su di un esserino lungo pochi centimetri i lineamenti miei e della mia compagna, vederlo crescere, acquisire un proprio carattere, notare come riesce a esprimersi le prime volte e quanto migliori in fretta, al pari delle tacche sul muro che crescono con lui. Sarei pronto a preoccuparmene, spiegherei senz’altro alle maestre che se a scuola è scalmanato non è perché in casa lo si vizi eccessivamente, ma perché è fatto così, madonna, cosa ci dobbiamo fare? Giustificarlo. Ascoltarlo. Comprenderlo. Punirlo. Scusarmi con lui. Questo vorrei. Mi piacerebbe diventare (“da grande”, certo!...) il genitore che non ho avuto per me.

Invece di promettere a qualcuno che ancora non c’è un impegno simile, bisogna aspettare che arrivi ’sto benedetto “momento giusto”, mi sa, quello che non esiste. Ma poi cos’è che davvero, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, non esiste? Babbo Natale, per esempio, eppure è stato bello crederci. Bello al punto che vorrei crederci anche adesso. Perché non credere a un “momento giusto”, allora? Tante cose in cui ho confidato, e nessuno avrebbe mai scommesso le raggiungessi un giorno, ora fanno parte della mia vita. Prima, erano come Babbo Natale. Non esistevano. Erano una bellissima ipocrisia.

Più o meno come quella che racconto al mio amico. Oddio, bella magari no. Balla, di sicuro!... Lo chiamo subito, appena l’altro se ne va, e fingo di non sapere niente. Mi scuso, anzi, per tutto il tempo che non ci siamo sentiti, dall’ultima volta – e le scuse si fanno poi reciproche. Alibi a parte, que pasa? Ci sono novità? E lui, con un tono nella voce che non gli conoscevo, mi risponde: “Gianluca… divento papà”.

Che dire?

Babbo Natale esiste. Io ci credo, voglio crederci.

E vaffanculo.

postato da: Mercadante alle ore 08:21 | link | commenti (3)
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